All’anagrafe Leonardo Pastore, per Locorotondo semplicemente Dudduzzo

ARTIGIANI LOCALI

Dalla nostra rivista “Il fiore all’occhiello… del centro storico









 

di Anna Lodeserto

 

Centro storico di Locorotondo. Da una porticina, nei pressi della biblioteca comunale, si ode della musica di qualità, scelta con gusto, che allieta i turisti ed i locorotondesi.

“Ma questa musica da dove arriva?”

“Ah! Ma certo, Dudduzzo!”.

Non vi è un solo giorno in cui non risponda sorridente al saluto, non vi è essere umano che non riceva risposta dall’uomo locorotondese, indipendentemente dall’argomento.

Dudduzzo non è soltanto l’eccellenza locorotondese del numero di ottobre, è la storia di Locorotondo. La sua bottega, la sua professione, i colori, i foulards, il fiore all’occhiello quando la natura lo permette, sono i tratti distintivi di quest’uomo che passeggia, osserva, chiacchiera, sorride e pensa.

“Permesso?” ho chiesto sommessamente e quasi con la voce rotta dalla timidezza.

“Certo, prego. Accomodati.” Un’occhiata veloce al locale, prima di accomodarmi sulla sedia indicatami da Dudduzzo, ed ecco pile di libri da Pavese a Shakespeare, quadri, abiti, dischi in vinile tra cui spuntava Giorgio Gaber. Ed eccola lì, entrando sulla destra, la macchina da cucire… bellissima!

Dudduzzo è conosciuto perché è un sarto. Professione insegnatagli da suo padre, anch’egli sarto per uomo e per donna. Il nostro protagonista, invece, ha scelto di essere “un sarto a metà” solo per donna.

“Non ho ben capito, sarto a metà? Cosa intendi?” ho domandato.

“Te lo spiego immediatamente. Sai, per imparare il mestiere di sarto si andava a bottega; lì imparavi il mestiere completo. Successivamente dovevi andare da un altro maestro per imparare il taglio. Soltanto dopo aver completato il tirocinio, che durava circa nove anni, potevi aprire la tua bottega. Per essere sarto devi avere dei clienti. Io ho scelto di non avere clienti”.

Perdonami Dudduzzo, ma credo di non aver capito. Cosa significa che hai scelto di non avere clienti?”.

Sorridente non mi ha fatto attendere molto tempo prima di rispondere.

“Non ho mai avuto una cliente. Ho scelto di lavorare per la donna ed ho lavorato per le grandi firme. Preparavo prototipi, collezioni per le sfilate. Non ho mai voluto fare il sarto completo, sapevo farlo ma non ho voluto farlo”.

Chiacchierando piacevolmente, tra un “ciao Dudduzzo, come stai?” ed un “ciao a te, tutto bene. E tu?”, ha risposto alla mia curiosità. Avevo notato fin da subito i libri e non riuscivo a trattenermi dal chiedergli il motivo della presenza di quei beni di inestimabile valore. “Molto semplice. La lettura, così come la musica e l’arte in genere, sono delle mie grandi passioni”.

“Sai – ha poi aggiunto – quando ero giovane facevo il presentatore. Sì, lavoravo con alcuni complessi musicali di Locorotondo. Leggevo di notte, nonostante dovessi svegliarmi all’alba per andare a lavorare con mio padre.”

Essere un sarto può considerarsi un’arte?”.

“Sai, il sarto è tra i primi mestieri artigiani al mondo. Certamente è un’arte, comprende la scultura, la dinamica del corpo. Inoltre, non meno importante, il compito del sarto è quello di abbellire e far risaltare il corpo femminile”.

Continuando l’interessante chiacchierata, accompagnati dal sottofondo musicale squisitamente delicato e rilassante, gli ho chiesto cosa volesse dirmi a proposito del fascino e dell’eleganza.

“Il fascino – ha osservato – è quando la bellezza interna ed esterna di una donna si combinano. L’eleganza credo si possa anche imparare oppure sia possibile educare l’essere umano all’eleganza ma – ha continuato – un sarto può fare ben poco dinanzi ad un corpo elegante, deve solo seguirlo”.

“Hai presente il detto l’abito fa il monaco? Sono pienamente d’accordo. L’abito è la carta d’identità della tua personalità, di quello che sei”.

Se ti dicessi femminilità cosa mi risponderesti?”.

“La femminilità è un aspetto della propria identità”.

“Interessante! – ho esclamato cullata dal tono calmo e pacato della sua voce – I tacchi? Per molti sono simbolo di femminilità. Si suole pensare che una donna che non indossi i tacchi sia lontana anni luce dall’essere femminile”.

“Sinceramente non amo particolarmente i tacchi. A mio avviso, la donna dovrebbe indossare sempre i sandali. Secondo il mio modesto parere, un corpo elegante non ha bisogno di artifici. Anche lo stile dovrebbe essere semplice, senza alcun artificio o trucco, altrimenti si tratta di costruzione. Lo stile è personale, è qualcosa che ti appartiene, che identifica la tua persona, che esprime te stesso”.

“Se ti dicessi semplicità?”.

“Ehm, la semplicità è una conquista. La si raggiunge dopo un percorso di errori, di esagerazione; la semplicità non è una conquista facile, è un punto di arrivo”.

Posso farti un’ultima domanda? Ma tu all’anagrafe come sei registrato?”.

“Leonardo Pastore. Dudduzzo è il vezzeggiativo con cui mi chiamavano i miei nonni”.

“L’Intervista è finita, grazie. Andiamo a prendere un caffè?”.

“Si certo, andiamo a prendere il caffè”.

[Foto di Gianluigi D’Onofrio]








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