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Aspettando il Natale, in balia dei ricordi… Abramo…

IL RICORDO

“In un tempo dilaniato dal sorgere di aspri conflitti e da profonde ingiustizie, Abramo guarda a questo mondo con gli occhi ingenui di un fanciullo”










 

 

di Mario Gianfrate

 

 

Abramo è un personaggio uscito, or ora, da una fiaba. Una di quelle fiabe che le nonne raccontavano una volta messi a letto, o intorno a un braciere d’ottone o di rame nelle serate fredde dell’inverno del Sud, una fiaba di quelle a lieto fine che si concludono con un “e vissero felici e contenti”.

In un tempo dilaniato dal sorgere di aspri conflitti e da profonde ingiustizie, Abramo guarda a questo mondo con gli occhi ingenui di un fanciullo, occhi capaci di commuoversi di fronte alla disperazione di Rodolfo che piange la sua Mimì, nella scena finale della Bohéme di Puccini – lui irriducibile verdiano, costretto ad annuire quando gli dicevo: vedi? Puccini, con una sola nota, è riuscito a far piangere intere folle d’ogni paese -; o dinanzi a una grotta di carta crespata, rischiarata da una luce rossastra che illumina il Bambin Gesù riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello, al centro del presepe.

Perché Abramo è il presepe. È Luca Cupiello che, nella commedia di Eduardo, si ostina, malgrado l’età avanzata, a fare il presepe e a proporlo con fiducia ma, anche, con rabbia, al figlio.

– Te piace? Te piace ‘o presebbio, è ovè?

– Non mi piace.

– Ma se quello non è finito ancora! Fosse finito, e va bene, ma non è finito, come puoi dire che non ti piace?…

– Ma ch’aggi’a fa’ se non mi piace? E’ colpa mia? Ecco… Non mi piace.

L’indifferenza di Nennillo – le nuove generazioni – lo amareggia. Ciononostante, anche Abramo continua a fare il presepe in un mondo divorato dall’egoismo, dalle discriminazioni, dai pregiudizi. Un mondo nel quale, come recita un antico preverbio arabo, “Quando un cane è ricco, viene chiamato signor cane.”

Ora che sull’ultima pagina della fiaba è stata scritta la parola fine, è scomparso con Abramo in maniera definitiva quel mondo nel quale, bambini dalle tasche quasi sempre bucate e dalle gambe illividite dal gelido vento della tramontana, guazzavamo felici rincorrendo le macchinine di latta, stelle filanti e tric trac, e statuine di gesso o di pasta addossate nella vetrina del suo negozio ancora in legno, un mondo che fu, cancellato per sempre.

E per i sentimenti, quelli autentici, quelli che ti fanno cogliere i colori dell’arcobaleno e la semplicità di un sorriso, o per i valori promanati, anche per un non credente, dal presepe, non c’è più spazio.

Ci restano i ricordi. Ma i ricordi mordono e ubriacano di nostalgia.

[Nella foto dall’archivio di Mario Gianfrate: Stefano Pentassuglia e Abramo Di Sciullo]

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