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“Che cosa ho diritto di sperare?”

L’EDITORIALE

In questi giorni tragici non pochi hanno avuto la sensazione di essere entrati in un romanzo, meglio ancora in uno di fantascienza. Dentro c’è di tutto…

 

di Antonio Lillo

 

Vivere in quella che oggi viene definita Zona rossa, guardare ogni giorno i video accorati dei sindaci che invocano perché si stia a casa, l’uso delle forze dell’ordine, le denunce per chi esce di casa senza motivo, mi ha fatto pensare a uno scambio di battute che c’è a metà di un libro di Friedrich Dürrenmatt, Il sospetto, dove un giornalista si lamenta della polizia, e un commissario gli risponde che serve anche la polizia, altrimenti ci sarebbero ancora più morti di quelli che abbiamo. Il giornalista gli risponde che «Basterebbe un po’ più di fiducia nel buon senso della gente». Buon senso che, ovviamente, manca. Persino al commissario del romanzo.

In questi giorni tragici non pochi hanno avuto la sensazione di essere entrati in un romanzo, meglio ancora in uno di fantascienza. Dentro c’è di tutto: dalla metafora esistenziale all’analisi sociopolitica; dalle trame di potere alle grandi cause etiche e morali; dal thriller – è un virus creato in laboratorio? – all’horror del suono sfiancante delle ambulanze che tolgono il sonno la notte; fino alla commedia nera del commercio delle mascherine di contrabbando.

Abbiamo fatto esperienza di un male nuovo e sconosciuto, un virus dai contorni indefiniti, e nel tentativo di combatterlo ci siamo imposti delle regole severe che da una parte vengono puntualmente ignorate (e allora serve la polizia) dall’altra ci hanno portato a vivere sotto una particolare forma di semi-regime che, nel meccanismo, fa paura quanto il male stesso: lì dove si limita – anche se in forma lievissima e priva di ogni aspetto violento – la libertà personale di un individuo, per il suo bene, e lo si convince con l’uso coercitivo e monotematico di tutti i mezzi di comunicazione (social inclusi) che quella propostagli è l’unica chiave di lettura dei fatti, l’unica soluzione e che avere dei dubbi è non solo sbagliato, ma socialmente nocivo, fino al punto che un senso d’angoscia, di paura o di colpa – siamo tutti potenziali untori – si inocula anche in lui.

Così, isolati in casa e collegati al mondo da un PC, da una parte ci si fa forza di andare avanti col solito ottimismo, dall’altra ci si fanno molte domande a cui non c’è risposta. Dicono che lo stato di emergenza durerà poche settimane; ma se, per una nuova urgenza, venisse protratto per dei mesi, o per un anno, che succederebbe, come supereremmo la crisi economica? E come faremo quando finiranno i risparmi?

Sono sincero, parlare di risparmi e intanto sentire in TV che a Bergamo non ci sono più bare per seppellire i morti, mi fa sentire un uomo orribile. C’è una pandemia in corso e quanto è stato fatto era necessario. Ma se è vero che il problema in sé, confermato dagli esperti, non è tanto che il virus sia letale su larga scala, ma che si rischi di congestionare un sistema sanitario allo stremo, ecco che per me viene fuori il vero nodo della questione, che non riesco a tacere.

Il sistema sanitario è allo stremo perché negli anni passati si sono operati scientemente, da più parti, tagli economici alla Sanità pubblica per ricucire i buchi della Politica, tagli che hanno portato alla chiusura di interi reparti ospedalieri, alla carenza di personale. Quello che stiamo vivendo, insomma, è l’effetto domino di un elemento casuale ma prevedibilissimo (un virus) cascato a interrompere un sistema già precario che si reggeva su decisioni spesso arrangiate, che hanno sempre chiuso gli occhi di fronte alla possibilità di imprevisti.

Adesso la Politica (non questo Governo, intendiamoci, ma proprio la Politica tutta) fa pagare ai cittadini – che non li volevano! – quei tagli alla Sanità, imponendo restrizioni alla libertà personale per la salvaguardia della loro salute, messa a rischio anche da suddette scelte, forse necessarie ma scellerate, e tutto questo invocando un senso dello Stato che si chiede ai cittadini di avere; ma che lo Stato non ha mai coltivato né incoraggiato. Lo Stato è centrale, ma mi sembra che, in questo caso, e lo dico con rabbia, per i cittadini valga l’adagio: cornuto e mazziato.

L’Europa, che di questo stato di cose è complice, nell’emergenza ha mostrato ancora una volta tutte le sue falle, le sue velleità irrisolte. Non è emersa in questi primi mesi del 2020 una linea comune, non una manovra, non un’azione condivisa contro il virus, non una sola invocazione a stare uniti, nemmeno per salvare pubblicamente la faccia; ma soltanto i vari tentativi di sbugiardarsi fra gli Stati membri: in primo grado negando l’esistenza stessa del virus, e poi con l’accusa infamante per l’Italia di essere lo stato untore.

Ancora: è bastato sostituire un attore chiave sulla scena finanziaria – Lagarde al posto di Draghi – per ricordarsi l’evidente disparità e l’ingiustizia che regna fra questi Stati dove la differenza la fa, a seconda dei casi e di chi meglio ne gode (Italia compresa) la persona giusta sulla sedia giusta. Alla faccia dell’Unione che ci dichiara tutti liberi e uguali sotto lo stesso cielo kantiano! E dunque, sapendo tutto questo, «che cosa ho diritto di sperare?».

Voglio tornare al romanzo di fantascienza, allargare l’inquadratura su larga scala, al di là delle mie stesse paure, perché tutto è collegato. C’è chi vede in tutto questo il segno di qualcosa che, volenti o no, ci sta cambiando. Che deve cambiare. Ambientalisti certo, ma anche economisti. Qualcosa che ci costringerà gradualmente, se continua, ad adottare uno stile di vita più austero e salutare.

Del resto è ovvio a chiunque: se stai a casa e usi di meno l’auto, se chiudi le fabbriche come in Cina, se il virus costringe un Bolsonaro o un Trump a rallentare la corsa, si fanno meno danni al pianeta. Da una parte lo dimostrano i dati ambientali, e qui si resta increduli: possibile che basti chiudere le fabbriche cinesi per alcune settimane per rendere più respirabile l’aria della Terra? Possibile che basti così poco e, dopo anni di discussioni, non si riesca a fare ancora nulla, nemmeno studiare un piano alternativo? Dall’altra, visto che non si è mai studiato un piano alternativo, di fronte a un blocco forzato delle attività, s’innesca l’annunciato disastro economico per il quale non basteranno le pezze finanziarie che si stanno approntando a salvarci tutti. E qui c’è il secondo stupore: possibile che basti stare fermi un solo mese per ridurci in ginocchio? Era dunque questa bolla di sapone il sistema economico su cui si basava la nostra intera esistenza?

Temo seriamente il disastro economico quanto quello sanitario. Ma la verità è che non si può pretendere di salvare insieme ambiente e tenore di vita, se non si vuole rinunciare a qualcosa. E forse l’intervento di un agente esterno, per quanto tragico, che ci costringerà a fare finalmente delle scelte, può avere una sua drastica efficacia per la salute del pianeta. È una ben magra consolazione per noi, ma potrebbe avere degli importanti risvolti per la vita dei nostri figli.

È sorprendente accorgersi, a pochi mesi dal fenomeno Greta, come questa sia una storia ancora tutta da scrivere, piena di incognite i cui sviluppi, nonostante i continui allarmismi, sono del tutto imprevedibili. Bisogna vedere su quale finale sceglieremo di scommettere, o fin dove si può spingere la nostra soglia del dolore.

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