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Correva l’anno 1935. Tetè, tra riscatto ed emarginazione a Locorotondo

MEMORIA DEL NOVECENTO

Se ne va Tetè, al secolo Giuseppe Scatigna. Per lasciarci, sceglie il giorno del 2 novembre. Muore nel giorno in cui si commemorano i morti, ennesima burla giocata in complicità con il destino. Ci si sente tutti un po’ più soli e più tristi 

 

 

di Mario Gianfrate

 

Si parla – e se ne parlerà per molti anni – di Giuseppe Scatigna, Tetè, noto personaggio locorotondese che “furoreggiò” sulla scena municipale nel primo trentennio del secolo scorso.

Argomento centrale di tante “conversazioni” nelle calde serate d’agosto, Tetè fu prim’attore e narratore arguto egli stesso.

Espressione di un sottoproletariato sfruttato ed emarginato, Tetè vive la sua vicenda esistenziale di calzolaio e bandista ad un tempo – suonava la grancassa nel glorioso Concerto Musicale diretto da Antonio Gidiuli – rappresentando eccellentemente l’arte di arrangiarsi, tipica della cultura e della tradizione partenopea, caratterizzata dalla ricerca dell’espediente per sopravvivere, dal ricorso all’inganno recondito, dalla messa in atto di trabocchetti studiati con minuzia di particolari.

Nei racconti tramandatici, che lo vedono protagonista, l’impresa ordita e portata a termine da Tetè segna in definitiva il trionfo della furbizia sull’ingenuità e sulla buona fede; non è però solo furbizia: a essa Tetè collega la sua indiscutibile genialità, la sua non comune capacità inventiva che non è o non è sempre fine a se stessa, ma rientra in una dimensione di rivincita del subalterno – eterno oppresso – su una classe privilegiata e abbiente.

C’è, nelle azioni di Tetè per certi versi meschine, una profonda vena d’ironia che muove dallo spirito di rivalsa e di affermazione personale come “personaggio”. Indubbiamente nella sua consapevolezza egli tende a creare situazioni impreviste e imprevedibili, di una comicità spontanea, dal finale travolgente, al fine di divertire e divertirsi alle spalle degli altri.

E vi riesce. I suoi misfatti, che Tetè trasforma in tornaconto concreto, diventano accettabili quantunque prodotto di un raggiro; ci coinvolgono al punto da renderci partecipi delle sue gioie, che sentiamo un po’ anche nostre.

Non si ritrovano tracce di malizia nel senso deteriore del termine; furbizia sì, ma giustificabile nella misura in cui è prefissa a determinare situazioni nuove, sempre più irreali e farsesche.

Quando Tetè mette in opera le sue bricconate, ci trova schierati dalla sua parte; siamo con lui quando, scoperto con il suo compare a rubar fichi, escogita una fasulla raccolta di cicale dalle quali il farmacista otterrebbe una medicina miracolosa, migliore del chinino; o quando, agitando magistralmente le braccia, in una sintesi del suo repertorio mimico, fa credere al venditore di mercato che il dentista lo ha mandato ad acquistare una forma di formaggio che passerà poi a pagare. Inutile dire che il formaggio finirà nel bottino di Tetè mentre il dentista, uscito sulla soglia dell’ambulatorio anch’egli a far segnali di braccia al venditore, attenderà quest’ultimo per estirpargli qualche dente e… qualche soldo.

Per questo suo ingegno Tetè, nel suo genere, va considerato un “eroe” – negativo se vogliamo – ma “eroe” che merita di essere ricordato per le sue gesta clamorose e di una comicità brillante: sarebbe però un errore non inquadrare Tetè in una chiave più autentica e più vera che è quella di essere parte del popolo, dal quale riesce a emergere per non esserne emarginato e ottiene il riconoscimento orgoglioso dei suoi compagni, forse non alieno da un senso di affettuosa invidia.

Concorre a definire meglio la personalità di Tetè la precisazione che egli non ha, probabilmente, coscienza di classe; il suo riscatto sociale, la sua caparbia volontà di porsi al centro dell’attenzione, partono dall’istinto, quell’istinto che trova la sua ragione e la sua origine negli ambienti genuinamente popolari, tra miseria e sottocultura.

Una considerazione che induce a riflettere su simili fenomeni che riguardano non solo Tetè ma gli strati emarginati e proletari e la stessa conflittualità di classe.

Clicca qui per l’intervista di Mimmo Minno, del luglio ’91, al 94enne Pasquale Sampietro detto “Pasquale Catarinne” e grande amico di Tetè

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