Donna. Equilibrista della società contemporanea

LA RUBRICA

La maternità, un diritto che fatica ad affermarsi

 

di Anna Lodeserto

 

La pandemia di cui si conoscono bene le cause e gli effetti ha mostrato pienamente alcune grandi, grandissime, criticità della società contemporanea che non riguardano soltanto l’aspetto sanitario di cui siamo tutti ben consapevoli e consci.

Nell’anno del Covid, dati alla mano, il numero delle donne che ha perso il posto di lavoro è pari a 249mila, di cui 96mila madri di figli minorenni.

Una decisione, quasi, obbligata dalle restrizioni che hanno imposto la chiusura degli asili nido e che non hanno lasciato altra scelta alle donne se non quella di allontanarsi dal mondo del lavoro per tornare ad essere “l’angelo del focolare”.

Non è un segreto che le donne, molto spesso, siano costrette a scegliere tra il desiderio di maternità e di realizzazione professionale.

Nel sesto rapporto Le equilibriste: la maternità in Italia 2021 (Save the Children) si evidenzia e si approfondisce la situazione delle madri durante la pandemia. Quel che appare è un quadro caratterizzato da colori cupi, disegnato da artiste che hanno dovuto superare numerose difficoltà e problemi.

Certamente, già prima della pandemia la scelta di diventare madre era assoggettata ad una dimensione lavorativa ben disposta a considerare la maternità come un problema, invece di guardarla per quel che realmente è: una gioia ed un momento importante per tutte coloro che lo desiderano.

Essere madre in Italia significa, in poche parole, prepararsi ad affrontare ed a superare un lungo e difficile percorso ad ostacoli.

A tal proposito, infatti, non è certo un caso se il nostro amato Paese detiene un primato a livello europeo che riguarda l’anzianità delle donne che mettono al mondo il loro primo figlio.

Se in Europa l’età media è di 29 anni, in Italia è di 32.

La pandemia ha, inoltre, registrato un decremento del 3,8% (- 16mila) della natalità se confrontato con i dati relativi al precedente anno.

Certamente, l’anno del Covid ha mostrato tutte le criticità riuscendo, quasi, addirittura ad inasprire una situazione già compromessa ed abbastanza difficile di per sé.

In totale sono 456mila i dipendenti che hanno perso il proprio posto di lavoro. Di questi, le donne sono 249mila unità rispetto ai 207mila uomini.

Le donne sono state maggiormente colpite in quanto, come spesso avviene in Italia, vi è stata un’oggettiva impossibilità nell’organizzare e nel fare conciliare la vita privata e la vita professionale.

Lo stress da conciliazione, di cui parlano alcuni esperti, ha toccato importanti livelli soprattutto tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi per la cura dei propri figli.

Un altro fattore da considerare, e da non sottovalutare, quando si tratta il tema donna – lavoro è il discusso gender gap che procede di pari passo con l’altro termine motherhood penality.

Provando a spiegare i concetti in lingua italiana, si suole intendere una disparità salariale tra uomini e donne ed un peggioramento della posizione lavorativa femminile.

Recenti studi, e dati relativi all’aspetto economico e salariale legato al sesso del lavoratore dipendente, pongono l’Italia al 63esimo posto nella classifica globale ed, inoltre, il Bel Paese risulta essere tra i peggiori in Europa per attenzione e per possibilità offerte alle donne.

La pandemia, ancora una volta, ha contribuito ad allungare i tempi necessari per raggiungere la parità di genere a livello globale. Infatti, se fino al 2019 la previsione si attestava attorno ai 99, 5 anni oggi, purtroppo, si evidenzia come saranno necessari 133,6 anni.

L’Italia ha registrato un balzo in avanti, in realtà, salendo dal 76esimo al 63esimo posto su 156 Paesi. Tale spinta è stata maggiormente incentivata dal mondo politico che ha favorito l’ascesa sino al raggiungimento del 44esimo posto. Il periodo di riferimento, governo Conte II, ha infatti favorito la scalata ed ha operato scelte che hanno permesso all’Italia di salire ulteriormente e di raggiungere il 33esimo posto in classifica. Infatti, la politica di Conte ha raggiunto un record storico.

Per la prima volta la presenza femminile ed i ruoli ricoperti dal gentil sesso (ministre, viceministre e sottosegretarie) è stato pari al 34%.

Un traguardo, nonostante tutto, raggiunto e tagliato in un difficile, particolare quanto unico periodo storico, caratterizzato dalla presenza di un nemico da combattere sconosciuto e nuovo.

Il mondo femminile è costantemente costretto a lottare per vedere i propri diritti affermati.

Sì, perché la parità salariale è un diritto. Si dovrebbe pensare ed operare rispondendo al requisito della meritocrazia, certamente valutando le competenze ed il percorso di studi. E perché no? Anche la gavetta. Insomma, uomo o donna dovrebbero essere valutati dal futuro datore di lavoro secondo dei criteri che dovrebbero esser ben lontani dalla sfera privata.

Ad esempio, sarebbe opportuno che si smettesse di porre in sede di colloquio le domande, poco simpatiche in verità, “Sei fidanzata? Hai intenzione di sposarti? Hai figli? Vorresti avere dei figli?”.

Per quanto possano sembrare domande legittime, hanno a ben guardare poco o niente a che fare con la professionalità di una donna.

Anzi, si tratta di frasi e curiosità al quanto dequalificanti e demotivanti.

È impensabile che ancora oggi, nel 2021, la donna debba essere costretta a scegliere tra la carriera e la maternità.

Non tutte le donne desiderano diventare madri. E non vi è nulla di male, le motivazioni alla base di tale scelta sono strettamente personali e, pertanto, meritano rispetto senza alcuna riserva e senza alcuna critica.

Di contro, però, vi è la colpa di una società e di un mondo del lavoro che pone costantemente la donna dinanzi alla scelta “Vuoi la carriera oppure dei figli?”.

La politica dovrebbe supportare la scelta delle donne che desiderano diventare madri, aiutarle e porre in essere tutti i servizi di cui necessitano. Ed, al contempo, dovrebbero aiutare i titolari ad allontanarsi dal limite mentale che impone di guardare alla gravidanza come ad un problema.

La nascita di una nuova vita è aria, per tutti. Per la famiglia, per la società, per il mondo.

Ogni nuova vita, ogni bambino è una possibilità per migliorare l’attuale modus vivendi ed operandi che, insomma, non è eccellente.

Lavorare per invertire la rotta è un dovere prima che politico, etico, sociale, civile.

Già, perché in Italia si continua a lottare per far sì che si tutelino i diritti sacrosanti della persona.

Diritti che riguardano la sfera privata e personale che, raramente, intaccano la libertà altrui ma che, per chissà quale motivo, richiedono una pacifica lotta all’insegna dell’informazione e della comunicazione schierate contro stereotipi, etichette e modelli vecchi ed impolverati che dovrebbero essere spazzati via, invece di continuare a persistere allo scorrere del tempo.

Ce la faremo!”.

Agorà

Blog e mensile cartaceo dei trulli e delle cummerse di Locorotondo. Ci occupiamo di attualità, politica, società e tanto altro...

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