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Locorotondo, 31 dicembre 1929: Fine d’anno in cella per i “sovversivi”

VERSO IL 25 APRILE

Nelle foto, Giovanni Gianfrate e Arcangelo Lisi. “Quando alcuni giorni dopo le sventurate compagne dei “sovversivi” si recano dal Podestà perché non hanno di che sfamare le loro creature, costui risponde “romanamente”, che sono fatti che non lo riguardano!”

 

di Mario Gianfrate

 

Nella tarda serata del 31 dicembre 1929, San Silvestro, Giovanni Gianfrate, capo dei socialisti locali, appreso dalla moglie che nel pomeriggio dello stesso giorno i Reali Carabinieri lo avevano cercato a casa e che altri cinque suoi compagni tra socialisti e comunisti lo avevano di già preceduto in camera di sicurezza, si presentò in caserma, in Via Dura, per farsi arrestare.

In cella lo avevano preceduto Arcangelo Lisi, Saverio Bagordo, Giovanni Neglia, Ermenegildo Lisi e Francesco Nicardo. Il giorno seguente, Capodanno, ammanettati e incatenati ai piedi per tre, come i peggiori delinquenti, i carcerati furono tradotti a Monopoli, nelle patrie galere, tra il pianto disperato delle mogli e dei loro bambini e il sommesso rumoreggiare di due ali di folla accorsa a testimoniare la loro solidarietà ai “noti sovversivi”, considerati dal fascismo un costante pericolo per l’ordine costituito.

Mentre si apprestano a scendere la scalinata di “Largo della Tempesta” per raggiungere il “Lungomare” dove li attende un carro trainato dai cavalli, Saverio Bagordo ha un moto di rabbia. E’ in quel momento che Giovanni Gianfrate rivolto al Maresciallo, che guida la scorta, con voce ferma dice: “Maresciallo, lei non ha mai avuto l’onore di portare con sé sei galantuomini come noi”.

Il Maresciallo, racconterà Arcangelo Lisi, “abbassò la testa e tacque”. Lui agiva per ordini superiori. E perché li arrestavano? Lo scopriranno poco dopo, appena raggiunto il carcere di Monopoli. Dovendo il principe ereditario Umberto di Savoia convolare a nozze con la principessa Maria José, figlia di re Alberto dei Belgi, le autorità fasciste avevano una retata tra gli oppositori del regime.

Quando alcuni giorni dopo le sventurate compagne dei “sovversivi” si recano dal Podestà perché non hanno di che sfamare le loro creature, costui risponde “romanamente”, che sono fatti che non lo riguardano!

Nelle foto, Giovanni Gianfrate e Arcangelo Lisi

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