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Locorotondo: il 25 luglio 1937 moriva Giovanni Gianfrate, capo carismatico dei socialisti

MEMORIA DEL NOVECENTO

Il ricordo di Arcangelo Lisi: “Questo nome e quest’uomo deve essere sempre ricordato con reverenza e affetto da tutti i lavoratori presenti e futuri”










 

 

di Mario Gianfrate

 

Il 25 luglio, per una polmonite, Muore a cinquantacinque anni Giovanni Gianfrate, capo carismatico dei socialisti del luogo e limpida figura di antifascista. Il suo funerale è seguito dai reali carabinieri che hanno l’ordine di arrestare chiunque avesse pronunciato qualche parola per ricordare lo scomparso.

Artigiano, autodidatta, fonda all’inizio del secolo la sezione del Partito Socialista di Locorotondo ponendosi alla testa del movimento operaio nelle lotte per il riscatto dallo sfruttamento e dalla miseria.

Strenuo accusatore del malcostume e della corruzione politico e amministrativo introdotto dai metodi giolittiani, dà vita nel 1914 alla pubblicazione de “Il Seme”, foglio battagliero dal quale denuncia il carattere borghese delle contrapposizioni municipali.

Non violento, si oppone all’entrata in guerra dell’Italia, organizzando manifestazioni di protesta contro il nazionalismo dilagante degli interventisti.

Arrestato nel 1916 per attività pacifista e antimilitarista, viene confinato a Bitonto dove vi rimarrà per un anno, per i primi sei mesi al domicilio coatto e nei restanti in libertà vigilata.

Intransigente antifascista, viene nuovamente arrestato la sera del 31 dicembre 1929, insieme ad altri cinque compagni di fede, tra socialisti e comunisti, tradotti l’indomani, Capodanno, al carcere di Monopoli, ammanettati e con co i piedi legati da una catena. Al Maresciallo che guida la scorta dice: “Lei non ha mai avuto l’onore di portare con sé sei galantuomini come noi”.

Il ricordo di Arcangelo Lisi, operaio comunista:

“Questo nome e quest’uomo deve essere sempre ricordato con reverenza e affetto da tutti i lavoratori presenti e futuri, vero cavaliere dell’Idea socialista senza macchia e senza paura, soffrì persecuzioni, calunnie, confino, carcere, lotta a colpi di spillo; ma lui fu sempre tetragono ai colpi, calmo e sicuro proseguì sempre per la sua strada incurante della canea scatenata contro di lui, e ben si può dire col Giusti: Non Mutò Bandiera.

Egli fu un tenace pioniere, la forte guida dei lavoratori, il nostro padre spirituale, l’amico di tutti i poveri e gli oppressi che a lui ricorrevano, amato e stimato dal popolo, odiato ma temuto dagli avversari.

Il suo funerale fu un vero plebiscito di popolo. Io avevo preparato un piccolo discorsetto funebre; ma qualche ora prima del funerale fui chiamato sul fascio, dal segretario Oliva e dal maresciallo dei carabinieri, i quali mi dissero che per ordini superiori se qualcuno avesse detto una sola parola per il defunto, vi era l’arresto immediato.

Allora io passai la parola d’ordine: Tutti al cimitero.

I funerali imponentissimi si svolsero; ma con l’accompagnamento dei carabinieri fin dentro il cimitero.

Giunti nella Cappella dell’Addolorata si scoperchiò il cadavere per l’ultimo saluto. I carabinieri cercarono di scacciare la gente, e allora io irato dissi: E’ una vergogna, quest’uomo è morto e non parlerà più, neanche volete permetterci di vederlo per l’ultima volta?

I carabinieri tacquero e salutato per l’ultima volta l’estinto ci allontanammo”.

[Nell’immagine in evidenza, da sinistra verso destra: Giovanni Gianfrate ed Arcangelo Lisi, foto dall’archivio di Mario Gianfrate]

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