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L’Odissea dei fuorisede di Locorotondo. Storie di ragazzi difronte al Covid-19

ATTUALITÀ

Dalla nostra rivista “Molto, nella loro scelta, è dipeso dalle circostanze e dalla situazione di fragilità in cui si sono ritrovati a prenderla”

 

Per un fuorisede, Locorotondo rappresenta per prima cosa la libertà di tornare ad assaporare i ricordi. La pandemia che è tutt’ora in corso non ha risparmiato nemmeno loro, anzi, quel vespaio di traumi e insicurezze si è abbattuto con ulteriore violenza su chi vive lontano, ponendo il dilemma: tornare a casa, col rischio di diventare “vettori” del virus, oppure restare lontani ed affrontare, spesso in solitudine, un periodo tanto lungo da comprendere per intero le vacanze pasquali nonché “i ponti” di Primavera.

Molto, nella loro scelta, è dipeso dalle circostanze e dalla situazione di fragilità in cui si sono ritrovati a prenderla. Un caso sicuramente singolare è quello di Flavia, Locorotondese a Londra, che ha viaggiato due volte da e per il Regno Unito: prima a Venezia e poi, nel mese di marzo, a Barcellona. Ha potuto confrontare in prima persona la scrupolosità delle procedure messe in campo dalle autorità di frontiera: molto severe quelle italiane (controllo della febbre a ciascun passeggero), assolutamente inesistenti i controlli negli aeroporti spagnoli e britannici.

Dopo aver contattato il Sistema Sanitario Britannico per ricevere istruzioni, capisce subito il grado di improvvisazione: “Non trovando nulla online, ho chiamato l’ospedale dove sono stata operata al braccio a Novembre. Mi è stato chiesto di recarmi di persona all’ospedale per informarmi: ho spiegato al mio interlocutore che il suo consiglio fosse irresponsabile. Mi sono così imposta due settimane di auto isolamento perché se il Paese non voleva prendere il problema sul serio, io volevo farlo”.

Dei giorni dopo l’isolamento, Flavia racconta un aneddoto: “Mi sono comprata una mascherina dalla ferramenta e sono andata a farmi una passeggiata in un parco vicino casa mia. Qui ho sentito più di una persona dire che gli italiani fossero esagerati, che la situazione non potesse davvero essere così seria. Ripetevano che il loro Paese non sarebbe stato scalfito e che non fosse una cosa di cui preoccuparsi perché solo una stupida influenza “.

Del resto della vicenda si sa ormai: dalla linea dell’immunità di gregge, alle prime restrizioni, fino all’infezione acuta che ha colpito Il Primo Ministro Boris Johnson, costretto alla terapia intensiva per alcuni giorni. L’economia prima della salute: si direbbe che (quasi) tutto il mondo è paese. Man mano la situazione degli italiani a Londra si fa sempre più dura: intanto la Farnesina decide di rendere disponibili un numero limitato di voli Alitalia da Londra a Roma, a patto di avere la mascherina per l’intero viaggio e di specificare, una volta atterrati in Italia, l’indirizzo dell’alloggio dove ciascun passeggero avrebbe trascorso le proprie due settimane di isolamento: in questo modo Flavia riesce a rientrare a casa, dopo un’esperienza rocambolesca.

Molti altri invece a casa non sono tornati per nulla, e hanno trovato un modo molto speciale per riuscire ad azzerare le distanze: i video in dialetto diffusi da Alessia, studentessa di Lettere a Roma, hanno tenuto alto il morale di molti fuorisede e non, comunque barricati nelle proprie abitazioni. Un’idea nata per caso e ora diventata una sorta di “appuntamento fisso” con cadenza settimanale, come lei stessa afferma: “Io e le mie coinquiline ci siamo ingegnate per cercare di sdrammatizzare il momento.

Il problema di tanti in queste giornate è come occupare il tempo: noi abbiamo trovato una modalità interattiva che permettesse al nostro cervello di sfogarsi risultando allo stesso tempo utile agli altri”.

E proprio le coinquiline si sono rivelate importantissime, provenendo anch’esse dalla Valle d’Itria: “Il clima di locorotondesità ha aiutato moltissimo, specie quando i nostri genitori hanno iniziato a fare pressioni per scendere – aggiunge – perché ci siamo promesse che saremmo rimaste o ci saremmo mosse tutte insieme. Poi il dpcm successivo ha vietato gli spostamenti, rendendo la scelta obbligata. Questi video sono un tentativo di reagire: se questo può dare forza a chi non ne ha ne siamo felicissime, perché spesso anche noi attraversiamo momenti neri durante queste giornate”.

Mariangela, laureanda in Medicina, ha scelto di restare a Modena nonostante non vedesse l’ora di riabbracciare la sua famiglia ed il suo paese: “Avevo appena dato un esame fondamentale e mi sono sentita addosso la responsabilità della mia famiglia, ma anche della mia intera comunità: con che coraggio io potevo rendermi responsabile di un focolaio laddove ancora non c’erano casi di infezione? Avendo da poco fatto un tirocinio in ospedale ogni giorno, c’era la probabilità che fossi una infetta asintomatica”.

Ma il 7 Marzo, di nuovo, i treni notturni sono presi d’assalto e la famiglia di Mariagela si preoccupa: “ho sentito forte il dovere civico, da cittadina italiana, di avere rispetto degli altri cittadini. A me è sembrata una scelta naturale. Credo che non ci sia bisogno di un decreto per avere il buonsenso di capire che se sei in una zona rossa non devi recarti in zone libere da contagio, così come, dall’altro lato, non basti un decreto a fermare quelle persone che il buonsenso non ce l’hanno. Davanti alla paura di morire siamo tutti piccoli e inermi e credo che di questo stiamo avendo continuamente ampia dimostrazione”.

Mariangela si è resa conto che: “ci sarebbe un urgente bisogno di una infarinatura medica di base. Ormai tutte le persone indossano le mascherine e i guanti, senza che nessuno abbia fatto informazione sul corretto uso: la mascherina una volta messa non si tocca per nessun motivo. Lo stesso vale per i guanti: è inutile metterli se poi si tocca qualsiasi cosa, compresa la faccia.

I DPI danno alle persone la falsa convinzione di essere protette senza dover più rispettare le distanze o lavarsi le mani, così gli stessi DPI risultano inutili”. In questa situazione paradossale, dove le distanze si dilatano, persino alcuni ragazzi che studiano a Bari non sono riusciti a fare ritorno a Locorotondo.

E’ il caso di Monica, altra studentessa di Medicina, che ha fatto la scelta di non tornare a casa per evitare di mettere a rischio i propri familiari: “Certo non mi aspettavo di dover trascorrere lontano dalla mia famiglia anche la Pasqua, ma oggi più che mai mi sono sentita coerente col giuramento di Ippocrate che pronuncerò fra qualche anno.” E a proposito di Medicina, Monica aggiunge che: “Le notizie che giungono dalla ricerca sono incoraggianti: nell’assuefazione ai bollettini serali quotidiani, nell’apatia che ormai si è generata verso l’idea di restare bloccati dentro casa, spesso ci perdiamo le notizie più importanti, quelle che contano davvero e che possono restituire fiducia.

E’ notizia delle ultime ore l’inizio della sperimentazione sull’uomo di un vaccino contro il SARS-CoV-2, e questo potrebbe permettere di confezionare in pochi mesi questo strumento fondamentale di prevenzione. Anche per la cura le prospettive sembrano rosee: l’utilizzo del plasma dei pazienti guariti dal Covid-19 può essere la svolta nel trattamento della malattia”.

Michele Gentile

[Foto di Antonio Pagnelli]

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