Eventi - CulturaFocusMemoria del NovecentoRubriche

Mia Martini, quando il pregiudizio uccide

MEMORIA DEL NOVECENTO

“Anima immensa quella di Mia Martini. Ma fragile… Tanto fragile da non saper contrastare la calunnia, ma subirla. Ed è bastato un soffio di vento per portarla via nella terra di nessuno, nella terra senza tempo”










 

 

di Mario Gianfrate

 

Più che della sua fragilità, è vittima sacrificata sull’altare dei pregiudizi, dell’ignoranza, della perfidia di una disumanità aberrante. Vittima di invidia e della malignità delle malelingue. Di streghe che, con il sorriso sulle labbra ambigue, offrono mele avvelenate.

Una vita sofferta, quella di Mia Martini, Mimì – il suo vero nome è Domenica Rita Adriana Bertè – soffocata e stritolata dalle maldicenze, dal clima da “caccia all’untore” che discografici prezzolati e colleghe di mediocre attitudine all’arte hanno artificiosamente creato e che hanno gettato l’artista nel baratro della incomprensione, di quel sentirsi “diversa”, esclusa, perseguitata.

E il salto dalla rupe della depressione è conseguenziale, per una personalità fragile o resa fragile dalla cattiveria, dallo spietato mercato della discografia, dalla calunnia di “portare jella”.

Anche però – ad ascoltare le parole rabbiose della sorella, Loredana Bertè – dalla stessa vicenda famigliare di Mia. Dietro la sua tribolata esistenza si cela una storia di violenza, di un padre-padrone – un professore di greco –, iniziata nella sua adolescenza. Un padre-marito dal carattere irascibile che non lesina menar le mani a moglie e figlie. Questo denuncia Loredana.

Della sua vita finita si scopre in una mattina di maggio del 1995, il 14. Nando Pepe, di professione manager, suona al campanello della sua abitazione, al numero 2 di Via Liguria a Cardano del Campo, nel varesino. Silenzio. La porta resta chiusa, nessuna risposta. Eppure l’auto della cantante, una Citroen di colore verde, è parcheggiata sotto casa, quindi Mia dovrebbe essere nei paraggi. Pepe insiste, chiama a voce alta, poi, allarmato, si rivolge alla padrona di casa per aprire con le chiavi di riserva. Impresa impossibile perché la porta è chiusa dall’interno, una circostanza che aumenta l’angoscia, che dilata la preoccupazione per la sorte di Mia. Quando i pompieri sfondano la porta, la scena che ormai si prefigurava: Mia Martini è stesa sul letto, priva di vita. Sulle orecchie ha le cuffie del walkman.

I referti medici attesteranno che la morte risale a quarantott’ore prima, per overdose da sostanze stupefacenti. Si stabilisce che si tratta di suicidio. Un suicidio, però, che non convince, come per Tenco. Anzi, lo escludono senza indugi le sorelle e Renato Zero, uno dei suoi amici sinceri e che la conosce nella profondità del suo animo.

La morte funge da detonatore: esplode il riconoscimento del suo talento di artista di razza, nella considerazione di Aznavour, per esempio, che la volle in uno spettacolo ritenendola una delle voci più significative nel panorama della canzone, una voce di una melodia a volte ruvida, a volte dolce, lacerante quando interpreta Vedrai, vedrai o Lontano, lontano di Luigi Tenco.

In tanti hanno scritto testi e musica per lei, Antonacci, Fabrizio De Andrè, Mogol, Paolo Conte, Franco Califano, De Gregori e altri ancora. E tante, tantissime sono le canzoni che l’hanno resa celebre facendo di lei una delle più belle voci che l’Italia abbia espresso, da Minuetto, a Gli uomini non cambiano, a La nevicata del ’56, per citarne alcune. Soprattutto quest’ultima, forse più delle altre, rileva una velatura di nostalgica malinconia nell’intensità del suo timbro vocale e nella struggente interpretazione di quei frammenti di ricordi vissuti, lontani nel tempo, ma capaci ancora di produrre lacerazioni intime, sofferenze esistenziali mai risolte, il rammarico per quello che poteva essere e non è stato.

La nevicata del ’56 racchiude la memoria dell’infanzia sospesa tra gaiezza e mestizia, speranze e disillusioni e il languore con cui i sentimenti traboccano dalla sua voce svelano prepotentemente quel rimpianto per un destino che le è stato avaro. Una canzone che ricrea un’atmosfera lontana, che ti accarezza l’anima, ti catapulta in un tempo in cui c’era posto anche per le favole: e vedi scorrere davanti agli occhi la giostra sotto casa e le immagini di Roma, tutta candida, tutta pulita e lucida, coperta di bianco.

Anima immensa quella di Mia Martini. Ma fragile, come detto. Tanto fragile da non saper contrastare la calunnia, ma subirla. Ed è bastato un soffio di vento per portarla via, nella terra di nessuno, nella terra senza tempo.

[Foto in evidenza con Mia Martini, di pubblico dominio da Wikimedia Commons]

Agorà Blog

Blog e mensile cartaceo dei trulli e delle cummerse di Locorotondo. Ci occupiamo di attualità, politica, società e tanto altro...

error: Riproduzione Riservata