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Pietre Vive Editore al suo settimo anniversario

L’INTERVISTA

Ce lo facciamo raccontare dal suo direttore “scanzonato” Antonio Lillo…

 

di Palma Guarini

 

Tutti lo conosciamo per la sua professione e per il contributo intellettuale che da sempre fornisce al nostro paese, nonché al nostro giornale.

Antonio Lillo, direttore editoriale delle edizioni Pietre Vive, che quest’anno compie 7 anni, ci ha accolti per poter parlare di sé.

Pietre Vive Editore è l’espressione dell’associazione omonima, nata nel 2002 per fare informazione indipendente in Valle d’Itria. Prima è venuto Largo Bellavista, mensile distribuito in sette comuni con una redazione di oltre trenta persone; poi, l’esigenza di ampliare i confini, li ha spinti a creare una nuova realtà in abbinamento a quella giornalistica, oggi rappresentata dal nostro giornale Agorà, per radicarsi ancora di più sul territorio.

Ciao Antonio! Noi ti conosciamo per la tua professione, ma raccontaci…chi sei davvero, intendo nella tua vita privata?

“Sono una bruttissima persona. Misantropo, misogino, malacarne, malelingua e anche un po’ bigotto. Qualcuno dice pure comunista e cazzacarne. Uno assolutamente da non frequentare”.

Hai pubblicato tanti libri e adesso il tuo progetto editoriale compie 7 anni. Ma come hai sviluppato la passione per la letteratura?

“La colpa, come sempre, è di mio padre, che ha la terza media e lavorava in ferrovia. Ecco, ogni volta che mio padre si allontanava da casa mi portava in regalo un libro, perché lui non leggeva ma ci teneva che studiassi e facessi un lavoro importante, e aveva capito che senza leggere i libri non si va da nessuna parte.

Me lo ricordo così fin da quando ero piccolissimo, ogni volta che tornava a casa era un libro. Quindi, visto che avevo una fantasia fervida, io mischiavo il suo lavoro coi libri e mi immaginavo che sti libri li prendesse da chissà quali luoghi esotici e facessero dei viaggi incredibili per arrivare fino a me.

Poi, crescendo, ho scoperto che lavorava alla Sud Est e quindi al massimo arrivava a Bari. Però i libri che mi regalava li leggevo tutti. Mi ricordo ancora quando mi regalò Il principe felice di Oscar Wilde che passa per un libro per bambini e non è affatto per bambini, è un libro delicato ma disperato.

Quando lessi il racconto dell’usignolo e della rosa, con questo uccellino che si trafigge il cuore su una spina per tingere di rosso i petali del fiore, quella per me è la prima volta che ho pianto a causa di un libro. Si comincia da lì, da un padre che ti regala una storia emozionante, e poi non puoi più farne a meno”.

Qual è il lavoro a cui sei più legato e perché?

“A parte il mio di scrittore/editore, dici? Credo il lavoro della sarta. Lo faceva mia madre fino a qualche anno fa, e io sono cresciuto in questo laboratorio pieno di fili, imbastiti, modelli, aghi e spilli, avanzi di stoffa.

Domenico Starnone, che era figlio di sarta anche lui, in un racconto assai bello contenuto in Fare scena, paragona la nascita di un racconto alla creazione di un vestito. Quello che vedi terminato il lavoro è il capo rifinito sul manichino, ovvero il racconto pulito, ma a fare il vestito/racconto sono anche gli avanzi di stoffa rimasti fuori dal capo finito, per terra, sotto il tavolo; lui li chiama gli sfridd e sono i residui del lavoro, i frammenti di vita, i ricordi rimasti fuori dalla storia ma che poi fanno l’insieme con tutto il resto, perché una storia non è fatta solo da quello che dici ma anche da tutto quello che non dici, così come un vestito è fatto anche da quello che è stato tagliato via dalla stoffa.

Mi è sempre piaciuta questa metafora, e anche il fatto che mia madre raccogliesse sempre, da brava sarta, tutti gli avanzi di stoffa, perché potevano tornarle utili un’altra volta. Ho imparato l’economia dei ricordi da lei”.

Gioie e dolori di chi fa questo lavoro. Raccontaci qualche aneddoto in merito!

“Stavolta invece parliamo del mio lavoro di scrittore/editore. Gioie, almeno economiche, ancora non ne ho viste, però ci spero sempre con tanta determinazione. Di bello c’è che visto che la gente sa che faccio libri, e ho per giunta la barba e gli occhiali (come le pinne e il fucile di Vianello), allora crede che ho un’opinione interessante su quello che succede; quindi, anche quando dico cose assolutamente banali, sembrano più intelligenti di quello che sono e questo a suo modo è un vantaggio.

Quanto agli aneddoti ce ne sono tanti. Il mio preferito riguarda questo poeta matto di Martina Franca, Pino Simone. Matto nel senso che stava al CSM (Centro di salute mentale), ma scriveva anche poesie bellissime. Io le avevo lette tramite Dudduzzo, nel 2002. E dieci anni dopo, nel 2013, quando ho aperto la casa editrice ho pensato che mi sarebbe piaciuto pubblicarlo. Nel frattempo Pinuccio era morto, e per pubblicarlo mi serviva il permesso della famiglia. Nessuno però aveva più i loro contatti.

È partita quindi un’indagine mia personale per rintracciare i genitori e i vecchi amici di Pinuccio; indagine che è durata quasi un anno e che mi ha portato prima al CSM dove mi hanno proposto di fare dei laboratori di scrittura coi loro ospiti, esperienza che è durata quasi tre anni e sarebbe un’altra storia bella da raccontare; poi da Vincenza, la madre di Pinuccio, che prima si è negata perché non si fidava di me, aveva sofferto tanto per questo figlio matto e geniale, e dopo mi ha proposto di incontrarci e parlarne.

Alla fine Vincenza si è fidata di me, mi ha invitato a casa loro, dove mi ha consegnato tutte le carte del figlio che così ho messo insieme in un libro che abbiamo presentato in giro con le lettura di Filippo Carrozzo e Angelica Schiavone. Mi ricordo che quando mi passò queste carte, Vincenza mi disse: ‘Tieni, ora fai tu e fai piovere’. Io sono uscito di casa sua e, giuro, c’era il diluvio. L’ho preso come un segno del destino”.

Progetti per Pietre Vive al suo settimo anno di vita?

“Noi ci occupiamo per lo più di pubblicare poesia e arte, o come nel caso di Agorà di informazione. Però dopo sette anni a intestardirci, abbiamo finalmente capito che dobbiamo variare l’offerta, altrimenti solo con la poesia moriremo tutti di fame. Per questo stavo pensando di realizzare due collane nuove, una di erotismo illustrato e l’altra di bignami per i liceali. Sono sicuro che con quelle faremo finalmente i soldi”.

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Blog e mensile cartaceo dei trulli e delle cummerse di Locorotondo. Ci occupiamo di attualità, politica, società e tanto altro...

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