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I frutti dimenticati: à séte

MINZE O LARIJE

Giro…gustando” – In viaggio tra saperi e sapori di Locorotondo

di Valentina Mastronardi

 

 

Tra i frutti dimenticati è annoverata à Séte, meglio nota come Melagrana (sempre più richiesta per le sue proprietà nutrizionali). Frutti di un tempo neanche tanto lontano, alla base del sostentamento e scorta energetico-alimentare per l’inverno, in alcuni casi perduti, e oggi sempre più, fortunatamente, riscoperti e rivalutati. E’simbolo ed emblema, presso molte popolazioni, di fertilità, prosperità, fratellanza ed energia vitale e attorno ad essa ruotano una pluralità di miti e leggende. Le sue origini risalirebbero alla leggendaria Persia. Per i Babilonesi e poi i Fenici simbolo di invincibilità. Per la mitologia greca, l’albero nacque dai resti del Dio, del vino catturato dai Titani, Dioniso, e stille del suo sangue; secondo un altro mito, Side, moglie di Orione, avrebbe sfidato Era in una gara di bellezza e scaraventata per punizione nell’Ade trasformandosi in una melagrana. O ancora il frutto sarebbe stato piantato per la prima volta da Afrodite a Cipro, l’isola a lei dedicata, e Persefone ne avrebbe mangiato sei chicchi nell’Ade (i sei mesi dell’inverno).

I romani lo consacrarono a Venere e le spose romane ne adornavano i capelli. A Pompei, Oplonti ed Ercolano incantevoli decorazioni parietali informano fosse tra le piante nei peristili. In India il suo succo combatterebbe la sterilità; in Turchia le spose lancerebbero a terra un frutto per determinare il numero dei figli a seconda dei grani fuoriusciti. In Cina gli sposi lo mangiano la prima notte di nozze come buon auspicio di vita assieme. Per il buddismo è tra i “frutti benedetti” assieme a pesca e cedro. La religione ebraica lo associò alla ricchezza, forse perché frutto tra i sette della Terra Promessa, elencati nella Bibbia. Per la chiesa cattolica è simbolo di Resurrezione e Castità, numerose le raffigurazioni nella storia dell’arte dove è tra le mani di Gesù Bambino e della Vergine o arricchisce, scolpito, le facciate delle chiese barocche come a Martina Franca, quella della chiesa di San Domenico.

[Foto in evidenza di Valentina Mastronardi]

 

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