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In vino veritas

EDITORIALE

a cura di Vincenzo Cervellera

Ricordo ancora il grande moto di orgoglio ed il profondo senso di appartenenza che mi presero quella volta che Alitalia, sul volo Roma – Mosca, ci offrì da bere il Bianco Locorotondo, in subordine (sottolineo subordine), un pur ottimo Orvieto.

Eravamo alla fine degli anni ’80 e, per tutta la metà degli anni ’90, mi è capitato di bere il Bianco Locorotondo su molte rotte internazionali. Poi il buio.

Come le brutte favole che finiscono peggio, quei fior di contratti la Cantina Sociale di Locorotondo non li ha più ottenuti.

I più esperti dissero che la causa era un calo vistoso della qualità.

Altri parlarono di strategia economica sbagliata. Ma, insomma, questo fu.

Mentre altre Cantine della Valle conquistavano nuovi mercati (Cisternino, Martina) ed elevavano, sperimentando, la qualità dei loro prodotti.

E pensare che c’era stato uno studio geniale portato avanti dal prof. Giovanni Mutinati, docente di enologia presso l’Istituto Tecnico «B. Caramia».

Tagli di uve diverse (ed in proporzioni diverse) tra verdeca, bianco d’Alessano ed altre varietà. Ma, si sa, nessuno è profeta in patria.

Molti, ancora oggi, sono convinti che quell’antico Disciplinare del Bianco Locorotondo, sia una specie di Vangelo. Intangibile ed immutabile.

Ed invece il tempo passa anche per il vino. E non solo nelle botti buone.

Ora don Peppe Petrelli non c’è più. Neanche la Cantina c’è più.

Il Bianco Locorotondo è un miraggio remoto.

Pare che Cantina Sociale sarà venduta, per quel che rimane, il prossimo 6 novembre.

Come smantellare un bene sociale fra l’indifferenza generale.

[Foto in evidenza di Annagrazia Palmisano]

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