Una chiacchierata con Filomena Francesca De Leonardis

L’INTERVISTA

Nonna Melozza, una ragazza locorotondese di 104 anni

Filomena Francesca De Leonardis, soprannome uauacce, ha soli 104 anni, ma una freschezza di pensiero e temperamento da far impallidire i più baldanzosi diciottenni. Minuta, delicata e preziosa per tutta la sua famiglia e per tutto il paese, che può vantarsi di avere una concittadina nata nel 1913, il 19 gennaio, in un paese ben diverso da come è ora, così come i suoi abitanti che vone tutte fuscenne, venene salutene e se ne vone, non hanno tempo per fermarsi e fare due chiacchere. Melozza, come tiene a precisare, sembra una deliziosa nonnina e lo è, privata solo della vista, le manine delicate e nodose di chi nella vita ne ha dovuti sciogliere di nodi tra fame e guerra, ma non lasciatevi ingannare, ha una tempra e forza di volontà che neanche immaginate. Solo due anni fa, dopo la rottura del femore per una caduta, grazie alle cure amorevoli di sua figlia e del genero con i quali abita, è riuscita a superare l’intervento e tornare a camminare. Benediche.

Che lavoro facevi?

Inde a terre, a sante Uligghie: deje je nete deje j rummese. Asseje ca disce ca a terre na l’a’ pegghje, ma sempe da deje a mangeje. Contadina a Sant’Elia, la contrada dove è nata ed ha vissuto anche da sposata. Ribadisce l’importanza delle radici semplici e la terra che darà sempre sostentamento”.

A quanti anni ti sei sposata?

Jere giovene forse vent’anne. None maje jere chiù zecche sarà quinece, se ne scennje, fece la fuitina [questa intervista è stata davvero un’esperienza unica tre generazioni a confronto: Melozza 1913, Giulia 1944, Franca, la nipote 1985, resa più autentica dall’uso del dialetto]”.

 Perché, non erano d’accordo i tuoi genitori?

“None accussje girje u penziere. Be oramai ha fatte u timpe siggue”.

Dove l’hai conosciuto?

“A nu balle pe fuore. Ad una festa danzante in campagna”.

Hai un ricordo della tua infanzia?

“Eravamo 5 figli, ricordo che eravamo una famiglia unita ed anche crescendo eravamo vicini uno per l’altro, pranzavamo assieme quando possibile ed erano grandi tavolate. Anche la mia di famiglia era unita: ho avuto 4 figli, l’affetto della famiglia con semplicità”.

Qual è il tuo piatto preferito?

“Tutto. A chepe o furne. Granone, polente, fefe”.

Cosa ti piaceva cucinare?

“Ciò ca steve. A carne nange esisteve. Na volte iere Natele, ero già sposata e mangiai a prima volte a paste, ierene i zite ca se spezzevene. Frutta di stagione, quando è il tempo si mangiano non tutto l’anno. Quando doveva nascere mia figlia [24 dicembre] venne na vicine, vidde ca steve pe parturje, sij purtoje e nanne prujbbe manche iune. Era tempo di guerra e crescere i figli era difficile, avevi paura. Ricordo come fosse ora, manche ci è muje. Un giorno c’erano i soldati americani e noi stavamo seduti davanti alla porta, avevamo paura che quelli andavano con i muli, uno gettò la corda al portone ed entrò. Ma il soldato disse no signora, prese una sua fotografia per far vedere che lui aveva 4 figli, mi tranquillizzò che erano tenuti a fare i controlli, ma che non mi avrebbe fatto del male”.

Quando sei andata la prima volta al mare?

“Ero sposata, mi piaceva. Andavo sia con la bicicletta che con la corriera a Torre Canne, quando possibile accattevene a fecazze”.

 Che botteghe c’erano?

“Una a d’alte e una abbasce. U Venture e Dunete”.

Cosa ti fa arrabbiare?

Niente non vale la pena. Solo se non riesco a sentire bene la messa in radio.”

A scuola sei andata?

“Si ma solo un anno. Ora sono fortunati, possono studiare, mi piaceva ma avevo i miei fratelli da accudire perché mamma doveva lavorare e non sono potuta andare, mi sarebbe piaciuto per poter leggere un libro, un giornale o le preghiere. Ma i miei figli ho cercato di mandarli a scuola”.

Se ti ritornasse la vista per un giorno cosa ti piacerebbe rivedere?

Mi piacerebbe leggere una preghiera o un libro”.

Un consiglio per i giovani per affrontare il futuro.

“Bisogna vivere con semplicità, senza giudicare quello che fa l’altro, ma concentrarsi e impegnarsi e accontentarsi della fortuna che si ha (come scrive suo figlio Ciccio che per il compleanno le ha fatto dono di una lettera dalla quale traspare tutta la stima e l’amore per una donna: “Grazie al tuo carattere tosto e lucida come una ragazzina dimostrando che per chi mette del suo niente è impossibile. Bisogna ritornare ad apprezzare di più quello ciò che si ha, a sentimenti più autentici come un tempo quando a Natale non c’era nulla e le persone, oggi sempre arrabbiate e senza soldi, erano rilassate e si accontentavano anche solo di vedere il presepe allestito da Abramo nella chiesa dell’Addolorata, una coppetta di pettole, purcidde, ncarteddete, baccalà e di Natale la carne, solo per le feste notate. Anche la Befana era povera portava nel sacco solo carboni e mandarini e per i bambini più fortunati della cioccolata o delle caramelle, non come oggi che in casa ve ne sono in quantità)”.

Grazie Melozza per questi momenti così preziosi!

Valentina Mastronardi

Agorà

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