Il virus

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Virus: termine che deriva dal latino e significa veleno

a cura di Anna Lodeserto

 

Innumerevoli volte abbiamo ascoltato oppure detto la parola virus nel corso della nostra esistenza, in particolar modo negli ultimi mesi. Esiste il virus influenzale, il Coronavirus, il virus intestinale, ed altre tipologie che rimandano all’ambito medico.

Il virus a cui mi riferisco, invece, è di altra natura. Non ha nulla a che fare con l’ambito medico – sanitario, ha molto a che vedere con la collettività e la società e, più nello specifico, con il singolo individuo.

Il virus in questione presenta sintomi riconoscibili, prolifera nella massa e si diffonde tramite l’adozione di modus operandi generali e generici.

Attingendo dalla dottrina cattolica potrei citare i sette vizi capitali (ira, avarizia, invidia, superbia, gola, accidia, lussuria), ossia delle inclinazioni morali e comportamentali dell’animo umano. Questi vizi, stando a quanto tramandato, avrebbero il potere di distruggere l’anima contrapponendosi vigorosamente alle virtù che promuoverebbero la crescita dell’essere umano.

Come ben sappiamo, il Coronavirus si diffonde tramite contatto, trova terreno fertile per la propria crescita nella superficialità con cui si affronta la situazione e si vive la quotidianità. Già, la superficialità; tratto in comune con il virus sociale. Quante volte la superficialità ha portato ad azzardare giudizi (non opinioni, non l’espressione del proprio pensiero, diritto inalienabile tutelato anche dalla Costituzione!) su situazioni ed esseri umani di cui si conoscevano a mala pena le linee generali oppure il nome ed il cognome? Quante volte l’ignoranza, sorella della superficialità, ha prestato il fianco per l’adozione di comportamenti ben lontani dall’essere ragionevoli? Le tasse le pago se mi va. La mascherina la indosso se e quando ne ho voglia. A me nessuno dice quello che devo o non devo fare, la vita è la mia.” Nulla da sindacare sulla propria vita, ogni individuo è libero di viverla come meglio crede purché non si arrechi danno a terzi.

Alle donne è concesso tutto. Sono donne. Una frase che potrebbe suonare come femminista, quando a ben leggerla non vi è proprio nulla che possa essere collegato alle lotte femministe per l’acquisizione dei diritti da cui per lunghi anni sono state escluse (basti pensare che soltanto nel 1945 è stata scritta la pagina storica inerente al suffragio universale).

Questa frase ha il cattivo odore di voler cercare una giustificazione a comportamenti ed atteggiamenti condannabili anche se si tratta di appartenenti al sesso debole.

Per coerenza, come si condannano gli uomini che calpestano la dignità delle donne al pari dovrebbero essere puniti tutti quegli atteggiamenti che vedono protagoniste le donne che trattano gli uomini come se fossero dei pupazzi. Teoricamente la parità dovrebbe implicare oneri ed onori, senza sconti. Nel momento in cui si richiede rispetto, è indispensabile che si sia disposti a portare rispetto. In caso contrario, indipendentemente che il protagonista sia uomo o donna, vi è una violenza. E la violenza non può essere tutelata e cullata, ancora ed ancora, da un lassismo deleterio.

Tu non sai chi sono io!”. Massima espressione dello spirito di onnipotenza che affligge alcuni esseri umani. Quella malsana idea di credersi immortali, un piano sopra gli altri. Una convinzione che giustifica, invece di condannare, comportamenti in cui si trattano gli altri come se fossero esseri inferiori. Mi riferisco ad inferiorità di genere, quando è un uomo a calpestare una donna o viceversa. Inferiorità di colore di pelle “nero, giallo & co”. Inferiorità economica e lavorativa “cosa puoi saperne tu della bella vita se svolgi un lavoro manuale?”.

Eh sì, perché la bella vita deve vincere su una vita bella. L’apparire, il mostrare la propria capacità di poter comprare e godere delle comodità ben vendute dalle campagne marketing deve necessariamente primeggiare.

Non vi è spazio in questa corsa affannosa verso il riconoscimento sociale per i dubbi, per l’attesa, per la pazienza. No, tutto, subito e velocemente. Eppure, per Gotthold Ephraim Lessing (scrittore, filosofo e drammaturgo tedesco) “l’attesa del piacere era essa stessa piacere”. Pensiero che si ritrova, tra gli altri, anche nella celeberrima poesia di Giacomo Leopardi (maggiore poeta dell’Ottocento italiano) Il sabato del villaggio.

Questo virus non si può combattere con un vaccino da acquistare in farmacia oppure con somministrazione presso le strutture ospedaliere.

È un virus vigliacco, che si palesa senza colpi di tosse. È un virus i cui effetti possono uccidere gli altri.

Pensiamo ad esempio alle giovani vittime di bullismo, agli adolescenti che devono gestire la naturale trasformazione del proprio corpo e l’accettazione sociale qualora le forme non siano conformi ai centimetri ritenuti dalla massa perfetti e adatti.

Vi è un virus che circola da molto tempo ma di cui se ne parla ancora troppo poco. Un virus che si potrà sconfiggere soltanto affidandosi e facendosi guidare dai buoni sentimenti che albergano in ciascuno di noi.

In fin dei conti, siamo tutti portatori di questo virus sociale. Bisogna solo scegliere se permettergli la diffusione oppure, partendo dalla propria persona, lottare per sconfiggerlo.

Agorà

Blog e mensile cartaceo dei trulli e delle cummerse di Locorotondo. Ci occupiamo di attualità, politica, società e tanto altro...

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