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Trump: la guerra dei social!

LA RUBRICA

Dalla nostra rivista “I big della rete si difendono da possibili accuse per l’assalto a Capitol Hill

 

di Angela Oliva

 

L’assalto al Congresso Americano, avvenuto nel giorno della proclamazione di Joe Biden come 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America, con 4 morti e più di 50 manifestanti arrestati, avrà delle conseguenze giudiziarie, politiche e comunicative pesantissime. Delle prime avrà senso parlarne più in là, a valle dei primi giudizi sui diversi capi di imputazione per gli arrestati, come per la “permissivissima” security di Washington: apparsa di molto inferiore anche a quella di un normalissimo evento privato di poco conto.

Le conseguenze politiche, ancora in divenire, sono tutte legate alla natura di questa azione dimostrativa che è stata primo organizzata, come la stampa americana ha ampiamente documentato pescando dai social le foto di manifestanti – benestanti arrivati in jet privati; analizzandone la provenienza sociale – spiccano i tanti agenti di polizia.

Secondo mobilitata via social network e web, coinvolgendo tutta quella galassia conservatrice dell’ultradestra bianca americana – plasticamente e ideologicamente sintetizzata dall’ormai mitico, e per fortuna non italiano, Jake Angeli, al secolo Jacob Anthony Chansley, lo sciamano della setta complottista QAnon.

Terzo “aizzata” dal discorso del presidente Trump. Si dibatte ora sulla difficile attuazione del 25esimo emendamento per “scorciare” a prima del 21 gennaio – giorno del giuramento ufficiale del neo Presidente – la presenza di Trump alla Casa Bianca ed eliminare al contempo sia le preoccupazioni per atti futuri, che del tutto la possibile ricandidatura nel 2024. Anche se a sentire gli analisti appare di difficile attuazione, per il rischio del partito repubblicano proprio di perdere elettoralmente la base trumpiana.

Ultimo tema è la “censura” dei grandi social al tycoon avvenuta subito dopo i fatti di Capitol Hill: prima Facebook e Instagram, poi Twitter – il social preferito da Trump con i suoi 88 milioni di followers – hanno deciso la sospensione prima e la chiusura poi, dopo che per 4 anni e più anni (non dimentichiamo la campagna presidenziale precedente!) ha utilizzato i social per “disintermediare” l’azione dei giornalisti, su tutto americani, ma non solo, e parlare direttamente alla pancia del suo elettorato. I colossi big tech, sono aziende private, che qui hanno esercitato il loro potere di bloccare un utente, penalizzando il proprio business e la loro posizione storica sulla “irresponsabilità” delle reti per i contenuti diffusi.

Si sono forse affrettati per paura delle conseguenze? Per aver fornito a Trump uno strumento per sobillare la protesta. Il timore potrebbe essere un intervento regolatorio restrittivo. Intanto il tycoon si è trasferito su Parler, la rete senza vincoli, né controlli, seguendo i figli e molti della destra radicale. Google e Apple hanno cominciato a mettere al bando questa Rete. Potrebbe rimanergli solo Tik Tok degli odiatissimi cinesi!

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]

 

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