Vine doje cà ti cunteje na storje

MINZE O LARIJE

“Giro…divagando” – Il patrimonio immateriale: spigolature, usi e costumi, ricordi

a cura di Valentina Mastronardi

Quell’unica convinzione mia che mi spinge al viaggio tra le fiabe è che io credo questo: le fiabe sono vere”. E’ da questa affermazione del grande narratore Italo Calvino (autore della prima raccolta sistematica di fiabe italiane) e dalla pubblicazione del professor Leonardo (Dino) Angelini, “Raccontami una storia – fiabe e racconti di Locorotondo”, da cui prende spunto la riflessione all’interno di questa rubrica che si impegna a raccontare, o quanto meno si propone di farlo, gli aspetti meno evidenti del patrimonio immateriale tra spigolature, usi, costumi, ricordi e tutto quanto possa contribuire a renderlo noto e tramandabile. Una delle tante possibilità è data dalla fiaba, dal fatto, dalla storia che non è il semplice trasferimento di informazioni rispetto ad accadimenti, ma u’ fatte, à storje che si connotano di valenze e aspetti demo etnoantropologici ben più profondi e complessi. Diviene, così, racconto popolare che permette di farsi “cultura popolare” con usi e costumi, la realtà socioeconomica e persone a cui il fatto riferisce, i modi di essere e di agire di una data popolazione, un paese, la lingua-il dialetto e la personalità del narratore, tecnicamente definito informatore dagli etnologi, con un brutto termine, come evidenzia l’Angelini (Milano,1998) relegandolo ad un mero mezzo di trasmissione di informazioni. Ma chi racconta le fiabe e chi le rende vere? “La sensazione è di trovarsi di fronte a persone squisite, che sembrano avere dentro di sé il bisogno di raccontare, ma anche quello di raccontarsi le fiabe. Il primo ricordo che affiora alla memoria non appena penso alle fiabe della mia infanzia, e cioè di Locorotondo, è l’immagine del mio nonno paterno […]Il ricordo che ho, per essere più precisi, è quello di mio nonno che d’inverno, intorno ad un braciere, racconta a me ed ai miei fratelli delle fiabe o delle “storie di Tetè”. Ricordo che noi lo ascoltavamo “a bocca aperta”, anche se lui ripeteva sempre le stesse storie in dialetto”.

Agorà

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