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Quando lo sport fa male… il doping

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Il fenomeno del doping è purtroppo pericolosamente diffuso in quasi tutti gli sport odierni.

Il termine “doping” nel fitness si è insinuato come una pratica sleale e pericolosa per il raggiungimento del risultato sportivo e ha finito con lo snaturare la cultura fisica, creando un’enorme discrepanza plastica tra il praticante (anche ben allenato) della sala attrezzi e coloro che utilizzano i pesi solo ed esclusivamente a fini plastici utilizzando sostanze illegali.

Negli ultimi anni si è creato una sorta di fenomeno sub-culturale che addirittura è finito con l’essere classificato nel manuale diagnostico dei disturbi mentali sotto la voce definita col termine “vigoressia”, ovvero l’ossessione per il proprio corpo che deve “ad ogni costo” apparire grosso, possente, vigoroso.

Oggi i fattori che favoriscono la diffusione del doping sono: la spinta insana a ottenere sempre e comunque risultati; i benefici economici e la notorietà; ma anche gli sponsor che pagano molto bene i campioni dello sport (ma solo finché il campione vince) o l’aumento dei carichi di allenamento altrimenti insostenibili.

Talvolta la ricerca di una sostanza che migliori la prestazione è frutto dell’ignoranza sui rischi per la propria salute e sulla scarsa capacità di riconoscere i propri limiti. Voler apparire un campione a tutti i costi senza la voglia o il tempo di allenarsi in modo adeguato spinge stoltamente qualcuno a cercare aiuto nel doping. Tali sostanze trovano purtroppo, un certo riscontro poiché è un dato di fatto che il rendimento sportivo possa essere migliorato dall’utilizzo di alcuni farmaci, ad esempio gli ormoni steroidei e i composti che stimolano il sistema nervoso centrale (amfetamine, cocaina, efedrina, metilefedrina), così come dall’alterazione dei parametri ematochimici normali.

Quando si nota in alcuni “campioni” che praticano il cosiddetto “body building” una certa imponenza della massa muscolare, appare evidente che tale alterazione fisica sia causata dall’abuso di assunzione di ormoni steroidei che infatti provocano una ipertrofia muscolare riducendo le masse adipose, aumentando altresì la forza e la capacità di recupero dallo sforzo, mentre le anfetamine e gli altri stimolanti del sistema nervoso centrale migliorano la prontezza di riflessi e la concentrazione.

L’assunzione di tali sostanze altera i parametri ematochimici, in particolare l’aumento dell’ematocrito (la percentuale di elementi corpuscolati presente nel sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) portando ad un aumento dell’apporto di ossigeno ai tessuti, quindi ad una maggiore resistenza allo sforzo.

Questi tuttavia sono gli aspetti positivi, se proprio volessimo effettuare una forzatura. Ma accanto agli effetti positivi sono ben noti gli effetti negativi di ciascuna di queste situazioni: in particolare l’assunzione di ormoni steroidei risulta nella perdita delle proprietà meccaniche ed elastiche del connettivo (tendini) con facilità di rottura, nell’aumento della facilità alla formazione di trombi, dunque del rischio di infarto, di complicazioni cardiovascolari.

Le anfetamine, invece, possono provocare ipertensione, aritmie cardiache, crisi convulsive, vomito, dolore addominale, emorragie cerebrali, psicosi, dipendenza e morte; mascherando la fatica fisica possono indurre a sforzi eccessivi con conseguenti danni ai tendini, muscoli ed articolazioni.

Negli anni Settanta era stata introdotta, nello sci di fondo e nel ciclismo, l’autoemotrasfusione. Obiettivo di tale metodica era proprio l’aumento della massa eritrocitaria, quindi del trasporto di ossigeno verso i muscoli. Questo razionale era alla base della prima forma di doping di tipo biotecnologico. Qualche anno più tardi, l’ormone stimolante la produzione di globuli rossi, l’eritropoietina (EPO), fu isolato dall’urina umana e successivamente ne venne determinata la composizione aminoacidica, quindi identificato il gene, clonato e transfettato in cellule ovariche di cavia. Nel 1985 l’eritropoietina umana ricombinante entrava in commercio. Si apriva una nuova era per la cura delle malattie del sangue da carenza di eritrociti. Allo stesso tempo, però, la somministrazione di EPO, che mima gli effetti di un intenso allenamento in quota, diventava una pratica generalizzata nella corsa e nello sci di fondo, ma soprattutto nel ciclismo, disciplina che ha infine consegnato la sostanza al clamore della cronaca nei Tour de France corsi nel 1998 e nel ’99.

Nella seconda metà degli anni ’80, un’altra sostanza endocrina conquistava il gigantesco mercato dello sport: l’ormone della crescita (GH). L’ormone della crescita veniva estratto dall’ipofisi dei cadaveri; per questo, fra i soggetti trattati vi furono casi di malattia di Creutzfeldt-Jakob (una delle forme umane di encefalopatia causata dai prioni) pertanto il GH umano venne ritirato dal mercato nel 1985. L’anno successivo le ricerche biotecnologiche portavano alla produzione del GH umano ricombinante, il cui uso nello sport non è esploso come gli steroidi a causa degli alti costi e della difficoltà di acquistarlo allo stato puro.

Più recentemente, un altro prodotto della ricerca biotecnologica con potenti effetti anabolizzanti ha iniziato la conquista del mercato del doping: l’IGF-1 (insulin-like Growth Factor). L’IGF-1 è un peptide analogo alla proinsulina usato nella terapia di alcune forme di nanismo e nella cura del diabete resistente all’insulina.

A complicare lo scenario si sono aggiunti i recenti progressi nel campo della terapia genica, ad esempio l’evidenza di un aumento della performance muscolare in modelli animali dopo modificazioni geniche.

Il timore che la manipolazione genetica e le tecniche di terapia genica vengano applicate per cercare di migliorare la performance sportiva, ha portato la WADA ad inserire il doping genetico nella lista dei metodi proibiti. Per doping genetico si intende “l’uso non terapeutico di cellule, geni, elementi genici o della modulazione dell’espressione genica, che possa aumentare la performance sportiva“.

Pertanto, ogniqualvolta vi dovesse capitare qualcuno che invita all’uso di tali sostanze con la scusa “tanto il tuo corpo arrivato ad un certo punto non si sviluppa più”, non dategli ascolto. Allontanatelo. Anzi, con un programma strutturato di allenamento, adeguato all’età e alle caratteristiche fisiche di ogni individuo, si possono raggiungere ottimi risultati a qualsiasi età.

Alessandro Fasano

Personal Trainer F.I.P.E (Federazione Italiana Pesistica).

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