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Ricordando Carlo Formigoni…

IL RICORDO

Pubblichiamo le interviste di Antonio Lillo al regista Carlo Formigoni, venuto a mancare il 6 febbraio 2024 all’età di 90 anni…

 

di Antonio Lillo

 

Sediamo con Carlo Formigoni, a metà pomeriggio, davanti alla porta della sua bella villa in campagna, quella dove di solito tiene le rappresentazioni della sua Compagnia dell’Altopiano e di pochi eccelsi ospiti. Siamo andati a trovarlo per ottenere quella che potremmo definire un’intervista informale. Davanti a noi un albero di tiglio spande il suo odore inconfondibile. Mi siede accanto Iva, sua moglie, che silenziosa ci osserva con dolcezza.

Fra i nostri piedi si accoccolano i suoi due cani, Bilbao e Mimì, tenerissimi. Beviamo una tisana. Parliamo. Carlo Formigoni veste di bianco, ha le caviglie sottili, dei movimenti armoniosi soprattutto quando accompagna le sue parole con le mani e una voce indecifrabile, cangiante. A volte sottile, quasi fino a diventare stridula quando vuole mettere in evidenza un’espressione particolarmente buffa, o dolce quando allunga allusivamente certe sillabe. A volte roca, quando mima uno dei suoi personaggi più oscuri e credo più amati, il Mefisto di Goethe. Ride spesso, in maniera fanciullesca, giocosa, e mi verrebbe da dire anche un po’ civettuola.

 

CARLO: Sapete dice con un pizzico d’orgoglio son venuti qualche giorno fa due signori che eran stati a Siracusa a vedere la trilogia di Eschilo e loro son stati molto impressionati dagli spettacoli in sé ma mi han detto che non avevano niente a che fare col nostro livello.

IO: Beh, la spettacolarizzazione, così come la si concepisce oggi mette in primo piano delle altre cose… Io qui ho visto in primo piano l’attore, cioè la comunicazione…

CARLO: È il significato dell’opera che conta e non, come tanti fanno, la ricerca degli effetti. Che anzi distraggono! Io ho sempre pensato che la nostra situazione è l’unica che consente di fare un vero lavoro artistico perché si lavora sempre con la stessa gente, tanto a lungo quanto è necessario. Non vigono le restrizioni di tempo o di denaro che impediscono spesso un buon lavoro ai teatri stabili. Adesso stiam preparando il Faust, sapete? È una cosa meravigliosa e io vivo da qualche mese sopra le nuvole… son felicissimo! Goethe stesso dice che è un’opera incommensurabile, e che gioia che dà a noi, che citiamo tali pensieri. E poi lui in verità è così concreto, così modesto. C’è una cosa che dice più volte: “L’uomo, quando sente delle parole, e pensa di trovarvi anche dei pensieri…” perché spesso sono solo parole… Guardate, certi intellettuali sono una cosa tremenda! Come parlano in maniera totalmente incomprensibile e gli altri fingono di capire perché, ovviamente, nessuno ammette di non essere a quel livello… E allora parlano di niente in una maniera complicatissima! Io sono stato fortunato a crescere nel teatro di Brecht perché lui era veramente molto concreto e metteva la semplicità come massimo valore… E questo atteggiamento nei confronti dell’erudizione Goethe più volte lo deride… C’era proprio una insofferenza da parte di Goethe come lo era da parte di Brecht di questi che ciarlano, ciarlano…

Gli chiedo come nascono certe immagini dei suoi spettacoli, che mi hanno parecchio emozionato.

CARLO: Tutto nasce da una considerazione: che cosa si vuol far sentire al pubblico? Quella è la base. Poi pensi anche ai mezzi che hai e guarda che avere pochi mezzi è uno stimolo alla ricerca della forma espressiva, perché quando ne hai tanti fai quello che fanno i teatri stabili, cioè paghi e prendi quello che vuoi. Ti serve una casa nel bosco e compri la casa nel bosco, ti serve la stanza nel castello ed eccoti la stanza! Quando non hai soldi sei costretto a riflettere e a cercare di rendere con mezzi minimi e allora spesso arrivi a dei risultati artistici. Poi ti devo dire che io, a volte, quando ho una scena che devo risolvere in un certo modo e non la trovo, tracchete, la sogno! È il subconscio che continua a lavorare, lavorare e la mattina, appena sveglio, io subito a scrivere! Così, allora, anche il sonno mi aiuta, e io sono uno che dorme molto… anche per questo

Carlo Formigoni e Antonio Lillo

IO: Apprezzo davvero l’idea di questo teatro “fatto in casa”…

CARLO: Io non son disposto a spendere venti, trenta euro per andare a teatro. E credo sia scandaloso imporlo agli altri! Strehler aveva ragione. Bisognerebbe pagare a teatro quanto si paga per il cinema! Cinque, sei euro a biglietto… Io poi questa la intendo come una lezione di teatro a giovani della zona, che sono interessati ad approfondire. È per loro. Non tanto per lo spettacolo e questo perché, sai, qui non c’è una buona scuola e queste son pur sempre opportunità.

IO: C’è gente che spende migliaia di euro in stage…

CARLO: Ah sì! Questi stage che ti durano magari un week end, però sono intensissimi! Tu che diventi esasperato, ti viene il mal di testa, e credi di aver capito tutto e non hai capito niente, e crei soltanto degli equivoci! Perché in un week end cosa vuoi fare? Io mi son sempre rifiutato di fare dei seminari brevi. Sempre lunghi! Col Kismet ho lavorato sugli esercizi, come insegnante, per due anni, e dopo è nato il primo spettacolo!

Poi torna a quello che gli preme.

CARLO: Vedi, quello che è pericoloso oggigiorno per un artista è la vanità. Tutti questi artisti che vogliono mostrare quanto sono fantasiosi, e vanno alla ricerca degli effetti speciali, trascurando quello che è essenziale… Perché si fa teatro? Questa è la mia domanda! Si fa teatro, a mio avviso, per dare il proprio contributo, di carattere soprattutto emotivo, al trattamento di una certa problematica. Ci deve essere una problematica, perché altrimenti il teatro è frivolo, serve solo per distrarre, ha poco valore. E poi io trovo così faticoso far teatro… È anche un piacere, certo, io mi diverto molto durante le prove, vivo nelle prove! Però è molto faticoso e non sprecherei mai le mie energie per fare delle cose stupide, mai! Perciò se sentirai dire che Formigoni è datato, beh è per questo, perché tutti si adeguano a questa moda degli effetti, delle luci… guarda, io il teatro lo farei sempre con una luce diurna… Io sono ancorato a dei valori a cui non voglio rinunciare.

IO: Beh ormai il discorso estetico ha sopraffatto quello politico. La gente è attenta soprattutto al bello, o almeno a quello che la maggioranza percepisce come bello: tutti sempre giovani, impeccabili, scattanti, sempre al massimo… C’è come una battaglia fra verità e bellezza…

CARLO: Beh, sai, la bellezza è verità. Guarda, io mi commuovo, intrido il fazzoletto di lacrime, quando vedo i film del neoralismo italiano… E com’erano avanzati! Prendi Miracolo a Milano di De Sica, ci son tutti gli stilemi che sono stati ripresi dal teatro d’avanguardia. È veramente magnifico! Oppure Europa ’51 di Rossellini… Quel film per me è importantissimo, mi ha dato la spinta per andarmene di casa… L’ho visto una sera a Venezia e zam!, son partito…

IO: Questo fatto è straordinario! Non mi pare che oggi capiti più, come invece succedeva una volta, che un ragazzo legga il libro giusto, o veda il film giusto, e questo gli cambi completamente la vita, spingendolo a darsi una nuova direzione. Ci sono troppo stimoli, forse. Vieni bombardato.

CARLO: È vero. Ho visto ultimamente Luci della ribalta di Chaplin, un bellissimo film sulla vecchiaia, e guarda, c’era la pubblicità che distruggeva tutto, tutto! Anche Goethe parla di questo… dell’eccesso di stimoli che inibisce l’azione. Ma c’è Mefisto che dice: “Smetti di riflettere!” Io son scappato di casa che ero ancora minorenne e sono andato a Londra… ho lavorato, ho fatto la scuola d’arte drammatica, e poi sono andato a Berlino e questo senza l’aiuto di nessuno! Tutto questo ha richiesto una grande forza, perché lavorare a Londra per tre anni e mezzo senza un solo giorno di vacanza, insomma, è dura… Ma ero felice lo stesso! E tutto quanto è cominciato da un film di Rossellini.

Intervista del Settembre 2009

 

Breve intervista a Carlo Formigoni

Siamo seduti nell’aia, poco prima del buio. Parliamo quasi senza guardarci, due voci sotto i fari. Formigoni mi dice: son vecchio, spero ormai di farcela a ridare al teatro quanto mi ha dato. Gli dico: hai dato tanto al teatro anche tu. Ma lui mi risponde: non basta, non basta mai, perché il teatro a me ha dato tutto. Tutto. E si guarda le punte delle mani fredde, manomesse, sconsolato. C’è solo da accettarlo, gli dico, quando il corpo cede al tempo, la lucida rassegnazione diventa un’arma. Sto provando coi rimedi naturali, aggiunge lui, come per svagarsi dal pensiero. Fai bene, gli dico, e gli racconto di uguali rimedi usati da mio nonno che è morto quasi a cento. Sentirlo lo rincuora, lui che ne ha venti di meno e progetti senza alcun termine. Mi dice che c’è ancora da lottare, per i teatranti, per i poeti. C’è da insistere, insistere e non fermarsi, recitare, ripetere, perché solo i testardi vincono le loro battaglie.

Gli racconto ancora di mio nonno. Godeva di ogni attimo, anche vuoto, come se fosse il più prezioso. È vero, mi dice, anche io l’altro giorno son stato al mare, ed era così bello, così intenso, che il sole mi ha ferito il cuore, e mi son detto basta, è l’ultima volta che lo vedo. Lo preserva per sempre, adesso, nella sua perfezione. Mi congeda, dunque, con affetto. Dottor Lillo, ci siam detti tutto.

Dialogo del Luglio 2016

[le foto presenti sono di Antonio Lillo] 

L’ultima grande rappresentazione di Carlo Formigoni

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