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Per Francesco Calabretto

foto in evidenza: Francesco Calabretto, ritratto da Burhan Ozbilici, dal volume “Tutta colpa sua!” (Pietre Vive, 2017)

IL RICORDO

“Era un talento puro, intuitivo, uno che annusava il cambiamento nell’aria”… “Per un lungo periodo Calabretto per noi è stato l’avanguardia”

 

 

di Antonio Lillo

 

 

Francesco Calabretto se n’è andato ieri, mi dicono nell’orto che tanto amava. Quando gli parlavo delle mie verdure, mi diceva sempre “Buooone!” e attaccava a parlare delle sue.

Chi lo avesse visto negli ultimi anni, avrebbe forse fatto fatica a credere che per un lungo periodo Calabretto per noi è stato l’avanguardia. Tutto ciò che faceva e pensava, il modo spregiudicato e anche un po’ folle in cui gestiva il suo studio fotografico, le sue amicizie assurde e internazionali, persino i suoi modi un po’ burberi, tutto era motivo di scalpore negli anni in cui ero bambino.

Era un mondo fatto di leggende metropolitane, quasi tutte vere. Calabretto era stato a Londra, a Milano, aveva conosciuto Kerouac, aveva vissuto in una comune, aveva amato donne bellissime, era il fotografo della Adidas. Era stato amico di Aldo Vito Bonasia, uno dei massimi fotografi della contestazione. Per questo forse servirebbe chiedere un ricordo a chi lo ha frequentato in quegli anni convulsi, a chiunque abbia subito il fascino e gli umori di quell’uomo geniale e istintivo all’apice della propria creatività.

Sarebbe irrispettoso, per me, adesso uscirmene coi soliti ricordini edulcorati per dire che brava persona e buon amico fosse Calabretto. Non sarebbe vero, “Calabretto sono” diceva sempre al telefono. Francesco Calabretto è stato un grande fotografo ma anche un uomo che viveva ogni situazione all’estremo, era capace di silenzi urticanti come pochi, e allo stesso tempo di scatti dionisiaci rari. Di mettersi a ballare mentre fotografava per sentire il ritmo della storia che stava fissando sulla pellicola, di correre sotto il canestro per riprendere la palla che si infilava nella cesta. Era alto, imponente, era uno che a suo modo ti dominava con lo sguardo mentre stava per farti un ritratto delicatissimo. Era un vizioso, un fumatore incallito, chiedetelo a Michele Giacovelli che fu suo allievo e assistente, chiedetegli dei loro viaggi in auto coi finestrini abbassati perché l’aria era irrespirabile per il troppo fumo di sigaretta. Era uno che amava anche il piacere di un buon bicchiere, chiedetelo a Nuccio Chialà, che ricorda bene le serate ai matrimoni. Era uno che con il denaro aveva un rapporto tutto suo. Mi ricordo ancora una sera che lo pagai per un lavoro, 500 euro. Prese i soldi e mi disse: “Hai qualcosa da fare? Ti offro la cena?”. E quella sera finimmo a cena tutti insieme, con lui che offriva da bere anche a chi non conosceva. Mi riportò a casa il giorno dopo, lasciandomi in ginocchio sul cancello.

Eppure Calabretto era un talento puro, intuitivo, uno che annusava il cambiamento nell’aria, che vivendo in un piccolo paese del sud aveva contatti col resto d’Europa, uno che aveva portato l’Europa qui, le agenzie di moda di Milano venivano qui per lui, per il suo talento. Per la Adidas aveva creato uno stile.

Crescendo sono diventato suo allievo, suo amico (a periodi) e suo editore. Credo che l’unico libro che abbia pubblicato in vita, un piccolo catalogo ricordo di una mostra, lo abbia fatto con me quando ancora i suoi amici cercavano di salvare il salvabile delle sue foto, con grande incazzatura di tutti, anche della sua famiglia, per quel tesoro di scatti che avevano rappresentato un’epoca e ora stavano buttati in garage. Ma negli ultimi anni aveva un interesse minore per la fotografia. Si era chiuso in casa e vedeva sempre meno persone. Amava il mare, amava starsene nell’orto, mangiare ciò che coltivava, chiudersi nel suo silenzio indecifrabile. Qualche volta veniva in paese e se passava davanti al mio studio non salutava mai, scuoteva appena la barba sul mento.

Era una barba importante, una volta con Silvio Simeone lo usammo come modello per un booktrailer improvvisato a Natale, girato a casa sua, sulla veranda di casa, col cielo quasi notturno alle sue spalle, un temporale in arrivo, e lui che seduto con la sciarpa e il berretto, lasciava cadere dei fogli col messaggio scritto a penna. Guardatelo, era cool.

 

Una volta scrissi un raccontino su di lui e lo misi in un mio libro, gliene portai una copia perché c’era dentro anche lui. Nel racconto riportavo di quando gli chiesi, dopo qualche bicchiere, “cos’è la verità?”, Calabretto assunse un tono molto zen, puntò il dito verso la finestra che lasciava entrare una luce calda e piena nella stanza e mi disse: “La verità è un grande pannello neutro contro il muro, accanto alla finestra, così puoi fare delle foto con la luce naturale”.

Quando gli portai una copia del libro era con sua figlia Francesca. Lui prese il libro senza parlare, cercò il racconto che parlava di lui e lo mise in mano a sua figlia perché lo leggesse, perché fosse fiera di questo padre fuori dagli schemi che però era finito nel libro di un poeta.

Parlava sempre poco, è vero, ed era scostante, ma proprio per questo voglio chiudere questo ricordo con le sue stesse parole. Chiudono il libro che facemmo insieme, ormai introvabile, e sono il suo testamento e, come ogni testamento che si rispetti, tornano alla terra, e al padre.

“A Savelletri, al maricello, c’è uno scoglio che quando c’è l’alta marea diventa una specie di isolotto. Io lo chiamo lo scoglio dei Calabretto perché lì ci vanno solo i Calabretto – in questo momento mio fratello Pierino con mia cognata Angela. C’è un ricordo particolare legato a quello scoglio e a mio padre che mi tengo stretto nel cuore. Un giorno di tantissimi anni fa, facevo la terza media, mio padre, che era venuto a trovarci lì ma non sapeva nuotare, arrotolò i pantaloni intorno alle ginocchia ed entrò coi piedi in acqua per rinfrescarli. Poi si girò a guardarmi e mi disse che per come ero fatto io qui per me non c’era niente, nessun futuro, e che secondo lui dovevo cercare di realizzarmi altrove.

Lui era agrimensore, carmenzuole si diceva allora, era cresciuto qui, lavorando la terra mentre studiava. Mi ricordo che avevamo un aranceto a Massafra, e di ogni albero sapeva esattamente il numero di arance che avrebbe dato. Da lui ho ereditato tre cose: l’amore per la bellezza femminile, questa passione per la terra – proprio come lui, conosco il numero di pomodori che dà ogni pianta del mio orto – e un vero e proprio “comandamento” che mi diede quel giorno allo scoglio, mentre mi dava la spinta ad andarmene per diventare ciò che sono. Mio padre mi disse: “Ovunque vai nel mondo mangia quello che mangiano loro, imparerai a conoscerli subito”. È stata questa la sua grande eredità.”

foto di Antonio Lillo

 

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