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La differenza tra “sentire dolore” e “avere un danno”

LA RUBRICA

Dalla nostra rivista – Pillole di Osteopatia. “Non lavoriamo per “aggiustare” qualcosa di rotto, perché il più delle volte non c’è nulla di rotto. Lavoriamo per abbassare quel livello di allarme…”

 

C’è una frase che sento pronunciare quasi ogni giorno in studio, di solito con un misto di sollievo e incredulità: “Quindi non è niente di grave?”. Dietro quella domanda c’è un’idea molto radicata e molto sbagliata, che il dolore sia una specie di spia luminosa, proporzionale al danno. Più dolore, più danno. Meno dolore, meno danno. Come se il corpo funzionasse come il cruscotto di un’auto.

Non funziona così. E questa è forse una delle scoperte più importanti degli ultimi trent’anni di ricerca sul dolore. Il dolore non misura quanto un tessuto sia rovinato ma misura quanto il sistema nervoso, in quel momento, percepisca una minaccia. Sono due cose diverse e la distanza tra loro può essere enorme.

Prendiamo un esempio banale. Ci si può svegliare con la schiena bloccata, incapaci di allacciarsi le scarpe, dopo aver semplicemente preso una busta della spesa un po’ storti. Il dolore è vero, limitante, a tratti terrificante. Ma se in quel momento si facesse una risonanza magnetica, quasi sempre non si troverebbe nulla di rotto, di strappato, di lesionato. Il corpo sta segnalando allarme, non danno. È come un antifurto che suona per il vento forte, il rumore è reale, ma la casa non è stata scassinata.

Il contrario succede altrettanto spesso ed è ancora più sorprendente. Esistono studi che hanno passato allo scanner la schiena di persone senza alcun sintomo, gente che camminava, correva, viveva senza pensarci due volte alla propria colonna. Una buona parte presentava alterazioni visibili ai dischi vertebrali, segni che sulla carta suonano allarmanti. Ma quelle persone non avevano dolore. Il corpo aveva imparato a convivere con quei cambiamenti, non li interpretava più come pericolo.

Questo non significa che il dolore sia “immaginario” o che basti pensare positivo per farlo sparire. Significa che il dolore è un’esperienza costruita dal cervello a partire da moltissime informazioni, non solo quelle che arrivano dal tessuto. Quanto si è dormito. Quanto stress si porta addosso. Se si ha paura di quel movimento perché in passato ha fatto male. Se qualcuno, con le migliori intenzioni, ha detto una frase come “ha la schiena da vecchio“. Frasi che restano e che il corpo, in qualche modo, ascolta.

Immagine da IA

Ed è proprio questo il punto più delicato: la paura del movimento, quando si protrae, spesso fa più danno del movimento stesso. Ci si irrigidisce, si compensa, si smette di fare cose che si amavano, come una camminata, il giardinaggio, giocare per terra con un nipote e in quell’immobilità forzata il dolore, paradossalmente, trova terreno fertile per restare.

È qui che si inserisce il lavoro dell’osteopata, ed è un punto su cui vale la pena essere chiari. Non lavoriamo per “aggiustare” qualcosa di rotto, perché il più delle volte non c’è nulla di rotto. Lavoriamo per abbassare quel livello di allarme, con le mani, certo, sciogliendo tensioni e restituendo mobilità a zone che si sono irrigidite per difesa, ma anche con le parole, spiegando cosa sta succedendo davvero. Un trattamento che funziona bene lascia la persona con meno paura del proprio corpo, non solo con meno dolore quel giorno.

Non è una colpa non saperlo. È un’informazione che raramente viene data e che meriterebbe di circolare quanto le raccomandazioni su alimentazione o attività fisica. Sentire dolore non significa essere rotti. Significa che il corpo sta parlando e vale la pena imparare ad ascoltarlo, senza però prenderlo sempre alla lettera.

Dott. Claudio Smaltino, Osteopata D.O.

[Rubrica pubblicata sulla rivista Agorà, numero Luglio 2026]

 

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